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STORIA DEL MONUMENTO A DE GASPERI  

 

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Statua dello Statista

 

De Gasperi

Scomparso Alcide De Gasperi dall'arengo della vita politica italiana, quando ancora la sua opera poteva essere sommamente preziosa non solo per la Nazione ma anche per il più vasto consesso della politica europea e mondiale, la Direzione Centrale della Democrazia Cristiana, della quale De Gasperi era il Capo amato e riconosciuto, decise con deliberazione unanime, il 16 febbraio 1955, resa di pubblica ragione, di offrire alla città di Trento un monumento che tramandasse alle generazioni future degli italiani, la figura dell'eminente Statista, del Capo autorevole e guida sicura del Partito dal periodo clandestino al giorno della Sua di partita. Venne così progettato che, in una piazza di Trento, al cospetto di quelle Alpi che segnano i confini della Patria, il monumento ad Alcide De Gasperi dovesse levarsi, ammonitore e paterno, a ricordare alle generazioni dell'avvenire che i popoli, pur travolti da grandi calamita, possono risorgere se in essi sopravvivono la Fede, il culto della Libertà ed il rispetto della Democrazia. Il monumento avrebbe dovuto ricordare il pensiero e l'azione politica di Alcide De Gasperi: la ricostruzione del Paese, da lui intrapresa quando l'Italia era appena uscita, grondante di sangue e di rovine, dal terribile flagello della guerra, e condotta con inesausta, tenace energia, al compimento: illustrarle il profondo senso religioso e la cristiana umiltà di questo moderno Capo di Governo che trovava normale con­fondersi, assieme ai suoi familiari, nella massa dei fedeli, durante la Santa Messa domenicale con modesta compunzione e con fervido raccoglimento di cattolico praticante. In conclusione l'opera d'arte avrebbe dovuto esprimere i molteplici aspetti dell'Uomo di Stato, del sostenitore convinto e lungimirante della Unità Europea, dell'italiano, del democratico sincero, del fervido credente. Fu ritenuto opportuno di non indire il solito «Concorso» che, come oggi 'quasi sempre avviene, si sarebbe certamente risolto in uno scontro di tendenze formali, e con risultati prevedibilmente preoccupanti; ma, di incaricare della progettazione ed esecuzione del Monumento un artista che per il valore delle opere già realizzate, e per essere al di fuori delle varie scuole e delle diverse correnti, possedesse una sua personale compiutezza estetica, una espressione artistica di facile,ed universale interpretazione. La scelta, cadde felicemente su Antonio Berti.

 

LA STELE CHE SIMBOLEGGIA LE ALPI

 

 

Si era tornati così a quella tradizione che, specialmente nei periodi d'oro della nostra arte umanistica del magnifico Rinascimento, aveva volto per norma costante l'affidare l'esecuzione delle più importanti opere all'artista che in quel momento avesse l,e più valide possibilità di meglio interpretare ed esprimere il pensiero dei committenti, di creare l'opera d'arte veramente degna del soggetto che doveva celebrare. Berti accettò l'incarico e si accinse al lavoro con giovanile entusiasmo e nella consapevolezza di avere bene inteso il significato di quello che da lui pretendeva. Ma non era certamente semplice realizzare il monumento ad un uomo, per sua natura alieno da ogni esteriorità, e di cui è ancora viva l'eco degli atteggiamenti polemici, delle posizioni politiche, degli interventi, delle parole. Bisognava concretare l'opera in modo che si elevasse al di sopra della ristretta vicenda politica, che fermasse nel tempo storico, quel che ancora sa di cronaca: essa doveva essere infine l'esaltazione dell' uomo cattolico schivo di esteriorità e di esibizionismi tanto cari ai cosiddetti grandi, e che aveva posseduto come personali virtù la fermezza del carattere, l'amor,e per il proprio Paese e la fedeltà agli ideali democratici. Scriveva a tale proposito l'illustre critico Mons Ennio Francia nel quotidiano «Il Popolo»: «La retorica ottocentesca, amplificando la eloquenza delle virtù militari, aveva invaso le piazze d'Italia di desideri e di guerrieri, che si accampavano inutilmente davanti a palazzi austeri ed a case borghesi, senza incutere timore od ammirazione a nessuno. Questo per accennare alle straordinarie difficoltà di pensare il monumento di un Uomo che ancora fa parte della nostra Storia, di cogliere il significato più valido e meno provvisorio della Sua opera ancora «sub judice» e tramandarne la memoria negli aspetti più definiti e definitivi, sottraendoli alle vicende della cronaca ». Il Berti, nell'ambito di questa precisa tematica, preparò in breve quindici bozzetti fra i quali fu scelto quello definitivo. Egli si trasferì allora, dal suo studio di Sesto Fiorentino a Roma, dove, in alcuni ampi locali ancora inutilizzati dell'EUR, lontano dal frastuono e dai rumori della città, dette inizio alla realizzazione del Monumento.

 

LA STATUA CHE SIMBOLEGGIA L'ITALIA

 

Ed ecco come, attorniato dai professori Goffredo Verginelli e Nicola Cataudella, dell'Accademia di Roma, e da altri suoi valenti collaboratori, lo trova e lo vide al lavoro Gino Tibalducci in una intervista pubblicata su «Il Popolo ». «Dapprima, un salone infestato da trespoli, da pantografi, da mucchi di creta, da secchi d'acqua, rozzi come quelli dei muratori: poi, un altro, le cui pareti scoperte mostrano il taglio dei mattoni ed il legame della calce, ,e che hanno pavesato con lenzuoli di tela bianca distesa. Pendono dal soffitto, coperto da blocchi di vetro, grosse lampadine elettriche, appese al filo: globi spenti che l’aria fa muovere con incertezza. «Questo è il bottegone dove lo scultore fiorentino Antonio Berti sta lavorando per dare forma, arte e grandezza al monumento che nella città di Trento sarà innalzato al suo illustre figlio. In un angolo, contro il bianco dei feti, appare, su trespoli e piani di legno, il bozzetto in creta che consolida la struttura ultima di questi primi mesi di lavoro. «Attorniato dai suoi validi collaboratori, lo scultore Berti, in tuta azzurra, è curvo sull'opera; e con le dita esperte modella la creta, muove le stecche, toglie o aggiunge, rapido, ciò ,che gli sembra superfluo o necessario. «Lo chiamano per dirgli che desideriamo parlargli: lancia un ultimo sguardo sul punto che lo impegnava, strizza gli occhi con quell’attitudine particolare di scultori e pittori, allorche vogliono «diaframmare», vedere, cioè, l'opera a cui si affaticano, perdendone cioè i particolari, ma cogliendone quasi l'aspetto finito. « Poi si volge ,e sorride. E comincia a parlare...« Quando sosta, per raccogliere le idee, lo guardo negli occhi, che ha piccoli e vivacissimi. Continua, senza avvedersene, a limare lo sguardo come faceva dianzi, davanti alle statue: sembra «vedere», nel vago dell'aria, le cose che intanto mi traduce in linguaggio: fissa, nel vuoto, le forme e le proporzioni, e gli riesce spontaneo dire: la guglia sarà così, i pannelli avranno tale movimento, la statua tal'altra plastica forma ». Occorre ricordare che il Berti è anche l'ideatore del monumento nel suo complesso architettonico, seguendo in questo la tradizione dei grandi artisti del nostro Rinascimento che sapevano essere contemporaneamente architetti, scultori e pittori, conferendo alle loro opere quella unità organica, quella sintesi di valori estetici e formali, che tutt'ora suscitano ammirazione e commozione. Egli ha saputo egregiamente combinare le due forme, quella architettoniche e quella plastica, in questo monumento che ha per scenario grandioso quello delle vette alpine, dandoci nuova prova della sua maturità e della sua validità e, se riesce a suscitare la nostra ammirazione per il preciso modellato delle varie figure che ornano il monumento, raggiunge le vette della più compiuta ed efficace arte plastica nella statua di De Gasperi.

Sobrio e ricco di carica vitale il corpo eretto; naturale e misurato il gesto oratorio, di incitamento e di esortazione; sereno e fermo il volto, su cui sofferenza e volontà hanno stampato le loro sigle: suggestivo, preciso ritratto e, nello stesso tempo, profonda interpretazione spirituale della persona e della personalità dello statista. Ecco come il Tibalducci riassumeva con poetica commozione le prime impressioni suscitate in lui dalla vista della statua del Grande Trentino abbozzata nella creta; ma, già elaborata definitivamente:« Le genti che da ogni parte dell'Italia e del mondo sosteranno in devota ammirazione davanti a questa immagine, vedranno la figura di un modesto cittadino, quale egli volle e seppe restare pur nella sua grandezza. Vedranno l'uomo che parlava alle moltitudini, ,che presenziava, ammirato e stimato, i più solenni consessi internazionali, che sapeva trovare, senza deflettere dai suoi principi politici e morali, le soluzioni più adeguate tra le forze contrastanti. Vedranno il buon padre di famiglia, che dall'affetto della moglie e delle figlie, traeva il conforto alle travagliate ore delle sue intense giornate. Egli sapeva la gioia pura e semplice di una ,carezza, fatta ad una foglia o ad un fiore, conosceva la soddisfazione del lento camminare lungo le mulattiere, quando intorno sono distese fragranti di prati e scrosci improvvisi di ruscelli, mentre nell'ora che annuncia il finire del giorno, si espande tra le vallate il suono delle campane dell' Ave, e la terra, come il cuore dell'uomo, ha un fremito. Allora, tra le sue montagne, quasi miracolosamente sottratto e per troppo breve guizzo di tempo, alle cure dello Stato, gli affiora alle labbra un sorriso liberatore. «Così, senza paludamenti, senza enfasi di pose, che mai non ebbe Alcide De Gasperi è stato modellato nella creta; così, Egli sarà ritratto nel bronzo ». L'iniziativa, tenuto conto della grandiosità del Monumento, e del tempo di primato nel quale è stato portato a compimento, non poteva avere migliore realizzazione. Il piedistallo della statua porta inciso: «La Democrazia Cristiana ad Alcide De Gasperi »; e la dedica vuole essere testimonianza della riconoscenza e dell'affetto che rimarranno imperituri in chi ebbe per tanti anni il Grande Statista guida Sicura ed amato Capo. Però il più vasto significato del monumento non si racchiude soltanto in questo atto di riconoscente omaggio. La bronzea statua di Alcide De Gasperi, si eleverà, paternamente severa, a ricordare a tutti gli italiani le sofferenze e le umiliazioni di una perduta libertà e la lotta strenua per riscattarla; sarà di continuo incitamento nella battaglia contro tutte le forze del male, che non potrà non essere vittoriosa se condotta con purezza di intenti e sotto la guida di una illuminata fede.

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